
“Tu dov’eri l’11 settembre?” Quante volte in dieci anni ci siamo sentiti rivolgere questa domanda? E noi rispondiamo sempre, quasi contenti di poterlo fare, aggiungendo magari un dettaglio, un particolare in più per cercare di rendere interessante la nostra storia. In realtà banale. Ma sentiamo il bisogno di raccontarlo, di continuo, come fosse un mantra. Per ricordare. Per dimenticare. Non si sa bene.
Cammino fra i filari di un vigneto per campionare i grappoli di Negroamaro nella solitudine più totale, quella che cerco spesso e volentieri, improvvisamente turbata da una telefonata confusa, da una voce strozzata che mi parla di aerei caduti e di torri gemelle e di attentati e di una New York in fiamme. Lascio cadere a terra la bustina trasparente con gli acini raccolti sino a quel momento e mi infilo in macchina alla ricerca di una televisione.
Entro nell’unico bar aperto in zona e dalle immagini degli aerei che si schiantano sulle torri si capisce che da questo momento nulla sarà mai più come prima. ”Ragazzo, ti sei fatto male?”. “Ehi, dico a te! Ti sei tagliato? Hai bisogno di aiuto?”. Mi giro attonito verso il titolare seduto dietro al bancone del bar e, seguendo il suo sguardo, poso gli occhi sulla mia mano completamente macchiata di rosso. Riesco solo a dire “No…è uva…..Negroamaro….”. “Negroamaro?? Mai visto così colorato in tanti anni! Allora è vero quel che si dice? Sarà l’annata del secolo?”. Non so se si aspetta una risposta, la tragedia che scorre sullo schermo ci fa dimenticare qualsiasi altro argomento, ma uno degli anziani probabili abituali avventori del bar, senza staccare gli occhi dalla prima torre che comincia a crollare, dice laconicamente: ”Oggi sanguina pure il Negroamaro….”.
2001, un’annata difficile da dimenticare. E da ricordare.

Caos. E’ così in questo periodo. Vendemmia di Chardonnay lunga ed impegnativa mentre il Primitivo scalpita reclamando più considerazione, sempre in continua competizione con tutte le altre uve. “Altrimenti a che cavolo mi serve questo nome che agli stranieri fa sempre storcere il naso??”. Come dargli torto. Fortunatamente sono passati gli anni in cui ci chiedevano di sostituire il nome Primitivo con il più “cool” Zinfandel. “Volete che scriviamo anche Napa Valley in etichetta??”. Non che per il Negroamaro sia più facile, bollato in qualche Stato Disunito d’ America come “Politically Incorrect”. Sarà a causa della parola “amaro”, forse troppo negativa per chi spera ancora nell’ American Dream…..
Secondo giorno di vendemmia e già mi sento “diversamente stabile”, come direbbe una mia…amica. Mio fratello dispensa sorrisi passeggiando fra presse soffici e pigiatrici orizzontali con i miei fantastici nipotini. Buon segno, vuol dire che tutto procede secondo i piani. E’ così contento che ha deciso di continuare a tagliare per tutto il week-end. Giusto, mica si può fermare la natura. Però se mi parlate di mare giuro che m’incazzo.

Quattro winemaker dinner in cinque giorni non sono pochi. Andando avanti così rischio seriamente di varcare la soglia delle 187 libbre (siamo in America, fate voi la conversione). Bellissima serata presso il Lugano Restaurant di Salt Lake City (Utah). Devo ammettere che Greg Neville, proprietario e chef, è riuscito a proporre in modo davvero convincente alcuni piatti ispirati alla cucina pugliese e perfettamente abbinati ai nostri vini. Feedback? Il Negroamaro piace tantissimo, sia in versione Salice Salentino Riserva che in quella pink. Oramai è una certezza: il rosato è, in questo momento, il vino più richiesto. Io invece sono riuscito a bere solo acqua. Tranquilli, non mi sono messo a dieta, ma di vino ne abbiamo bevuto davvero tanto (e bene) ieri sera a casa di Chris Nishiwaki. Chi?? Ve lo racconto domani, sono troppo stanco adesso. Notte….
Vini in degustazione:
Chardonnay 2009
Negroamaro Rosato 2010
Primitivo 2008
Salice Salentino Riserva 2007
Amativo 2007